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di Carmelinda Sardo
E’ pleonastico spiegare come mai Jan Twardowski sia tanto letto e apprezzato tra le nuove e le vecchie generazioni della Polonia odierna. Come resistergli? L’incisiva nitidezza della sua scrittura irradia una soffusa luce interiore,un candore disarmante permea le sue poesie apportando un sollievo ai mali del quotidiano vivere. Il parlare del poeta è tutto un panegirico di Colui che è, pur essendo inconoscibile e incomunicabile; vita e morte indissolubilmente intrecciate dal Mistero rappresentano estrinsecazioni dalle quali attingere l’essenza dell’Altissimo, la cui apoteosi assoluta è l’amore.
Ordunque, “affrettiamoci ad amare”, poiché la ragione ultima della nostra esistenza terrena è l’amore. Se, infatti, il primo vagito segna l’inizio, se il rigor mortis prelude alla meta di chi “sa già tutto”, l’amore è proprio il collante tra i due poli estremi; il Modo atavico coniugato in tutti i Tempi. Vi è: l’amore che non va cercato ( “o c’è o non c’è”); l’amore che è un tutt’ uno con la gratitudine; l’amore che ottenebra la consapevolezza stessa dell’esistere nel momento in cui lo elargiamo senza remore; l’amore “mai privo di disperazione”; l’amore che “rimane invisibile affinché non faccia schermo di sé”. L’amore, insomma, è tutto questo separatamente e nel suo insieme,ma soprattutto, la più nobile emanazione di Dio Padre Creatore. Spesso si ha “un’opinione troppo buona di Lui per poter aver fede”, tanto che, “persino i credenti al buio delle loro chiese talvolta avvertono il vacillare di ogni certezza”. Come riconoscere del resto un dio demiurgo foriero di una giustizia che è paradossalmente ineguaglianza? Giacchè “se ognuno avesse le stesse cose nessuno sarebbe utile a nessuno su questa terra”. Carpire l’impalpabilità divina attraverso i libri? Impresa sterile. Ravvisare Sue tracce tangibili nel creato? Rompicapo inutile: “Lui è così grande che a volte non c’è”. Se solo scrutassimo il mondo con gli stessi occhi di un bambino, meravigliati e scevri da impurità avremmo in tasca la risposta all’eterna domanda: “ma esiste?”. Certo che si, Dio esiste, eccome! Ma in Twardowski non si rileva velleità alcuna di propinare ai miscredenti una morale; talora, infatti, “nulla può essere più immorale della morale medesima”. Il proselitismo coatto, il fanatismo religioso sono sempre controproducenti, acuiscono sistematicamente la sospensione del giudizio da parte degli scettici in relazione al trascendente. La fede è l’atto eroico di chi rinnega in tutta serenità il razionalismo borghese senza ripensamenti alcuni. Dopotutto, è proprio una verità intuitiva: “credere vuol dire non chiedere nemmeno per quanto ancora dobbiamo andare al buio”.

“Affrettiamoci ad amare” (Marietti Editore) è la prima raccolta di poesie di Jan Twardowski pubblicate in Italia. Traduttore e curatore del volume Andrea Ceccherelli, Prof. di Letteratura Polacca presso l'Università di Bologna.
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