Site tools
Home | TVBlog | TVBlog | La scrittura di Tahar Ben Jelloun
La scrittura di Tahar Ben Jelloun
TVBlog

di Carmelinda Sardo

Di Tahar Ben Jelloun in Italia non se ne parla mai tanto quanto se ne dovrebbe, il suo nome è comparso su qualche testata giornalistica ormai tempo fa, in occasione del suo best seller “Il razzismo spiegato a mia figlia”. Per il resto, il silenzio più assoluto. Sarà che in tempi di terrorismo islamico e di rifiuto nei riguardi di tutte le culture che resistono strenuamente all’omologazione imperante e “superlativa” propugnata dall’ingordo occidente, fare degli arabi oggetto di conversazione è un’insulsaggine; eleggerli a strumento di elucubrazione intellettuale è poi, inammissibile. Eppure, Ben Jelloun in Francia è osannato come vate e ambasciatore indiscusso del proprio paese natio: il Marocco.

 

 

Come biasimare, del resto, i nostri cugini francesi? Hanno ragione, Ben Jelloun non è un arabo qualsiasi; oltre a essere un uomo elegante e raffinato, è un assoluto genio della scrittura, anzi è di più:

- voce di tutti gli emigranti defraudati dalla propria identità in un’Europa matrigna;

- cantore di un’integrazione che è solo una chimera se la si intende come annullamento del bagaglio culturale dello “straniero”, asservita alle leggi del più forte;

- saltimbanco delle parole che ricreano odori, suoni e colori di un sud del mondo dimenticato e riecheggianti in maniera del tutto singolare una Sicilia saracena d’altri tempi.

E ancora,

- bastian contrario perdente di valori socialmente dati per scontati, ma da lui sviscerati e poi bollati come illusori:

a) l’amicizia? Non esiste, il potere dell’invidia è inespugnabile.

b) la famiglia? Una delusione, è un artificio umano menzognero.

c) la libertà? La si trova nei sogni, la si afferra a piene mani solo nella scrittura.

E’ proprio attraverso la scrittura che la protagonista di “Creatura di sabbia” riesce a trasformare il dolore per un destino inflittole crudelmente sin dalla nascita, in sopravvivenza. “Ahmed Hamed”, ottava figlia dopo sette femmine, viene al mondo in una famiglia modesta, in un Maghreb senza tempo. Ma “l’onore” del padre (che vive come una maledizione il dramma di non essere abbastanza virile da generare un erede maschio) deve essere salvato. Pertanto, la bambina viene allevata come un maschietto, la sua vera identità celata, la sua educazione privilegiata a scapito delle sorelle, alle quali non è permesso di studiare. Il romanzo si dipana nel bel mezzo di una medina, attraverso una cacofonia di voci alle quali,di volta in volta, viene affidato il discorso; queste riflettono un caleidoscopio di punti di vista divergenti, il cui riassunto finale dà un’unica verità palpitante di sfaccettature molteplici. Imprigionata in un personaggio inventato che si dibatte tra la farsa perenne del quotidiano vivere e la presa di coscienza della propria femminilità forzatamente occultata, Ahmed sfoga le proprie frustrazioni esistenziali in un diario segreto, costruisce con la fantasia un palazzo invalicabile in cui governa il despota della propria dannazione eterna. In un climax oscillante tra crisi d’identità spasmodiche e vani tentativi di soccombere alla rassegnazione, Ahmed impazzisce. L’intera vicenda non è semplicisticamente la retorica denuncia verso maschilismo e misoginia millenari e universali; lo scrittore solleva piuttosto una domanda di più ampia portata, a metà strada fra lo shakespeariano e il pirandelliano: in questo mondo è possibile “essere” liberamente, a prescindere da una questione di genere? La risposta arriva puntuale:

“Essere donna è una menomazione naturale della quale tutte si fanno presto o tardi una ragione, essere uomo è un’illusione che giustifica e privilegia ogni cosa. Essere, semplicemente essere, rimane tuttora una sfida”.

 

 

Login



Autori consigliati